Marco Gatto - Misura del tempo. Luigi Pellegrini editore. Cosenza 2006 a cura di Monia Gaita
“Misura del tempo” di Marco Gatto punta decisamente i gomiti sul tavolo del desiderio affogato, dell’insoddisfazione lacunare che esige per quietanza lingotti costrittivi d’obbedienza. La narratività, crespata di marezzi sereniani e montaliani, nel suo mesto convoglio di dolore, rivolge un’occhiata interrogativa alle cose, s’attacca alla cartilagine di vacuum del confuso, carica l’orologio a quantitativi ingenti di mistero: “Potesse essere facile /anche per me tracciare svolgimenti/ di tema, la linea dei padri svegli/ che mi addormentano, la brace povera/ di senso già bruciata.” (pag. 21). “Il dramma è del mattino,/ quando un timido segno/ di te, nel fondo dello specchio/, non oso riconoscerlo” (pag. 23). L’anastrofe, disseminata ovunque, dichiara la propria disponibilità a rendere le lussazioni patologiche, i disseccati stagni aequorum casuum del reale. S’invertono parole per interdire i porti a un impossibile ordine nel quale i dissapori tra uomo e natura, dissestano la strada a erogatori cosmopoliti di sogni. Eppure c’è una lana vigogna che crocesegna d’attrattive la materia e oltre il male cronico di ciò che ci circonda, le croste ghiacciate d’irrequietudini aghiformi, irrora di bellezza oggetti ed elementi naturali, affoltati all’improvviso di baleni di speranza.
“Resto seduto, e mi sembra sottile/ questa fibra di vita, m’appartiene,/ mi tenta l’uscio, il lampadario scuro/ appeso a un filo,/ e la luce del display in lontananza.” (pag. 26). “Oltre il dolore una macchia sul grigio,/, le folate di vento che si addentano/ a mezza sera, il russare illusorio/ del cane, la discreta compagnia/ dei bagliori, lassù, sulla collina,/ i lampioni che forano sottili/ l’asfalto, e ancora un calore che sale.” (pag. 28). Netta l’attitudine mitopoietica a fare del Tempo un Dio cronometro contasecondi che affonda i piedi nella neve di un continuo mutare e rimutar di voci: “ ...A mosca cieca, a notte, quando più lungo appare/ il travaglio del mondo, ho disteso il capriccio/ delle domande, delle barcarole/ che in sei ottavi disegnano/ un moto alterno, naufraghe di speranze irrequiete:/ presso il tuo mare eterno, ombra, ho sostato felice./ Ora una mano schiude in sé l’aprile/ e mi brucia una mandorla nel guscio / lo striarsi di movenze, i tic sotterranei/ della stazione dove ti ho attesa per un secolo.” (v. Sui gradoni pag. 35). Affina le armi l’amara constatazione di essere “un nulla maggiore del niente/ che esplode nella normale catastrofe/ giornaliera, per caso” (pag. 39) mentre i reparti di paura si raccolgono sotto le ali di un alchimistico disegno di riuscita contro il difficile dai bandoli infiniti: “...Per le strade raggrumano le mura/ un paradiso di volti che allarga/ di potenze infinite la vita:/ qualcosa deve cogliersi, qualcuno./ Con miseri strumenti di misura,/ da lontano, cerca cartografie/ un folle per coprire la follia,/ la sua, la mia.” (pag. 42).
I versi non riescono a tacitare il crepitar di fiamma d’un crepuscolarismo cupo e cuspidale, presi nella puleggia fissa di curvilinei moti di tristezza ponderosa. La superficie crostale di grigio pronunciato, dal ghigno beffardo e allarmante, su cui i pensieri aderiscono, non viene barattata con un appiglio consistente o un concertato piano copricapo di riscatto: “...Gli sciamani notturni nelle grotte/ di fango alla tiepida masnada/ danno un suono di nebbia, di lamento./ Presso alberi spogli si raccoglie/ il vento sterile nei suoi affanni/ conduce dispersioni l’urlo roco/ delle ansie, dei timori:/ ecco l’ora amica della morte,/ brulica il fiato malato che brucia/ la mia fuga dal seno triste e amaro/ della fonte: disegna la tua sorte,/ mi dice, e scompare in un bagliore.” (pag. 45). Lo spazio cosmico, attraverso un movimentato ed intensivo incrocio poeticizzazione della prosa e prosicizzazione della poesia, si fa custode di semi di buio propagato: “ Un punto di fuga/ o un punto di sutura?/ mi chiede nella morsa inaspettata,/ ruga che s’incrina nella caligine/ delle sue mura cerebrali./ Ma tutto confluisce nell’ingorgo:/ nel moto immoto di una nuda spiaggia/ un gabbiano s’azzurra d’infinito;/ un macchinista dà il segno e di verde/ si striano ponti, rovi di millesimi.” (pag. 53). L’amore inietta un carburante infìdo di scintille dentro l’inganno ventreingordo dei minuti: “È il mio unico tema / scrivere versi corrisposti,/ illusi dal mistero della regola,/ nel solco fertile fissi e rimossi:/ vacillano i fantasmi,/ frana una primavera,/ l’atroce desiderio/ che affoga la mia pagina”. (pag. 59). Ma la pulsione affettiva fa coppia col nulla fratturato quando l’autore dice a pag. 63: “...mi sei apparsa/ nel fruscio della prima luce. Poi/ tutto si è spento, si è ridotto al segno/ che lascia quel ritratto in cui sorridi./ Mi ha detto la condanna di chi resta/ al nodo del dunque.” Automatico sarà per il lettore riconoscersi dentro le stoffe a colori coordinati di questo libro, in cui la morte, trauma insanabile, corrompe la gioia, cuce la bocca al sogno, chiudendo i corridoi anche al più timido corollario di scampo provvisorio, un “nulla salus est” che non ammette repliche.