Poesia Finlandese: Markus Jääskeläinen traduzioni a cura di Antonio Parente
Dalla raccolta Siemen (Seme, 1996)
Nel bosco rimasi attardato, non tenevo alla compagnia.
Il sentiero si divise in entrambe le direzioni. Mi avviai
su questa, dove gli alberi non oscillano, come
se fossero irrigiditi,
anatre dell’eternità, mettono in fuga stridenti
mille donne, le loro bocche lunghe e ossute.
Si alzano in volo verso l’unico, bollente laghetto.
Alberi come collane cadute su morbidi petti.
Avanzo verso il cuore pulsante del bosco:
non comprendo
quanto lontanamente distante; azzurro, affondato.
Nell’acqua profonda
la voce gracchiante di un uccello solitario.
Mi affretto.
La bambina
dormiva sotto l’albero
il vestitino
sollevato
una severa espressione sul viso.
La cornacchia dell’inverno fece il nido
nella crepa di una nuvola
in un uovo
la luna e le stelle nell’altro
un colpo
di gelo.
La bambina morta sotto l’albero
dorme.
Non parlo, e nessuno mi ascolta.
Cammino sotto la pioggia
e la pioggia
ha labbra.
I miei abiti gravano,
li svesto.
Gli alberi
si arrestano
per la notte.
Il riccio
ansima
sotto il cespuglio.
Nessun
dolore
ora.
Quando sei via, io sono qui.
Ti scrivo
del cielo grigio.
Le mie tracce
si perdono
nella neve fresca.
Ti parlo.
Non sono solo.
Ogni volta che ciò di più terribile
diventa realtà; non schiudere le tende,
non voltarti! Tieni gli occhi
chiusi, gioca ad esser pietra. Molto lentamente,
senza toccar nulla, indossa il cappotto,
lascia la stanza. Il sole porta
in bocca il cielo rosso,
gli uccelli corvini gracchiano sugli alberi
spogli. Peggio della morte è dormire fino
ai primi raggi del mattino.
Torno lì da dove vengo, dove non c’è nulla,
dove gli oggetti sono infiniti; l’uomo è uno,
e gli animali sul mare oscuro.
Cantano per me.
Faccio ritorno. Il ventre della mia amata è una calma piatta.
Il suo volere acciaio.
Moglie
Attendevo il suo ritorno dal mare.
Non tornò.
Si levò la luna,
il sole calò.
Il vento soffiò
capelli sugli occhi.
Cucii gli stivali
alla pelle.
L’acqua era uno specchio
limpido.
Trascorse il viaggio.
Scalpitio di passi.
Inizia a piovere.
Aspetto una visita
sull’uscio.
Il cuore
mi batte.
La strada
profuma.
Pietra su pietra.
Frantumi.
Dalla raccolta Testamentti (Testamento, 1998)
In una poesia brutta, come in analoga compagnia,
sei solo. Ascolti, non ascolti;
apri la bocca, premi i tasti con le dita
ma le tue parole sono già dette; abbandoni la frase a metà.
Ti alzi dalla scrivania, apri la finestra del bagno;
sei nei libri dei morti, una promessa
da tempo non mantenuta; di te si parla
come se fossi scomparso
L’acqua lenta sotto le palpebre,
la liscia superficie della nostalgia.
Non so dormire da solo,
tu sei lì.
E torna il buio,
è giorno.
In principio
In principio la terra era sabbia. Qua e là ancora
delle pietruzze, relitti delle rocce che
coprivano la terra, poiché il principio è anche la fine e non c’è altra fine
se non l’oblio.
In principio la terra era sabbia. Un deserto omogeneo
si estendeva in ogni direzione; la sabbia si fondeva con la costa del cielo. Era bollente.
L’aria vibrava. Assente ogni altro movimento. Il vento non c’era
poiché non c’era acqua.
Un giorno (giorno e notte erano stati scoperti) nella sabbia
apparvero delle orme. Di sandali, di un adulto.
L’uomo aveva camminato senza sosta, diritto, seguendo
il sole finché il sole era scomparso ed era giunta la notte.
Non vedemmo mai più le sue orme. Iniziammo
un racconto, nel quale ci libravamo sopra il paesaggio
morto, smorzavamo le luci delle nostre capanne, sbirciavamo
invano gli occhi incandescenti del fuoco che si spegneva.
Lo cercammo, senza trovarlo. Vedemmo
le sue orme che apparvero sul confine del giorno, salirono
in cima alle dune, discesero nelle valli senza
ombre.
Per vari giorni seguimmo dall’alto quei passi.
Osservammo la superficie lucente sotto di noi, diventammo ciechi.
Non comprendevamo che il nostro vascello era uno specchio che separa la nostra mano
dal sole nero, i nostri piedi dagli occhi volatili
della sabbia.
ii
Decidemmo di atterrare, camminare. Confondemmo i nostri passi
con quelli del predecessore, ci rallegrammo della libertà come un bambino
fuggito di casa, ci raccogliemmo sotto il cielo ceco, guardammo
le nostre braccia, le nostre gambe: vi crescevano i peli.
Camminavamo, e dormivamo. Dormivamo mentre camminavamo.
Iniziammo a sognare, a creare - come se la notte fosse ormai parte
del giorno - attorno a noi alberi, laghi ed erba.
Chinammo le teste sui ciuffi d’erba e cogliemmo i frutti
degli alberi. Mangiammo e bevemmo. Ci saziammo e
le nostre pance s’ingrossarono. Non riuscivamo più a muoverci,
costruimmo una casa per abitarla, per riunirci
nelle gelide sere d’inverno. Bruciammo gli alberi che ci avevano
dato i frutti. Ci addormentammo allo scoppiettio delle fiamme.
Al mattino i ricordi ci sopraffecero. Spiegammo
le braccia, roteammo le teste; alcuni di noi risero
del sogno nel quale scorgemmo le orme indistinte,
la sabbia che si estendeva fino all’orizzonte.
Non continuarono più.
iii
Il nostro gruppo era più esiguo, il passo più lieve. Dubitavamo
meno, eravamo felici. Godevamo gli uni degli altri così come
fanno gli animali, immaginavamo di vedere i contorni
di una persona anche nella luce del sole, di non essere
lontani.
Ma il senso di chiarezza non durò. La linea nera della notte oscurò
il giorno, il fuoco scintillante dell’accampamento non tenne lontana
l’oscurità. Pregammo in silenzio, lavammo le stoviglie.
Ci stendemmo a terra senza parlare del futuro, stringemmo le braccia
intorno ai nostri petti. Ci stringemmo in un sogno nel quale
le cose si pietrificano, ci lanciammo contro i muri. Tagliammo
gli alberi che cadevano, e che così facendo strappavano i rami
morti degli alberi circostanti.
iv
Sospettammo la fine. Non arrivò come la notte, che succhia
nella sua bocca nera la luce svolazzante del giorno. Fu un suono
che non sentimmo; che spazzò via le nostre parole come le orme
dalla sabbia, separò un’anima dall’altra.
Non eravamo più noi. Lasciarono l’accampamento uno alla volta,
camminarono in opposte direzioni. Le loro gambe non
vacillarono, a stento percepirono il vento nel quale scomparvero;
che offrì loro il suo seno come una madre, li cullò in un lungo
sonno.
Solo io non andai via; io che racconto.
Raccolsi le cose ne feci un mucchio e gli diedi fuoco. Mi
stesi nell’ultimo brandello di tenda, guardai il cielo
nuvolo.
Come un uccello: solo, solo!
v
Il fruscio del registratore in moto presto finirà. Lo metto in tasca,
abbasso le braccia lungo i fianchi: ho abbastanza tempo per aspettare.
L’acqua bagna il mio corpo indifeso, la chioma stanca
del sole si apre sulla lingua umana, sui libri
di storia.
So che non esistono ricordi.
Dalla raccolta Kunnes muuta näen (Finché vedrò qualcos’altro, 1994)
Hai fatto un sogno. Che ci trasferivamo.
La casa era nuova, ma gli oggetti vecchi, familiari.
Eravamo a casa quando qualcuno bussò alla porta.
Non aprimmo anche se continuavano a martellare.
Ma loro entrarono, degli uomini,
cercavano le cose del morto.
Dicesti che qui non c’è nessun morto;
avete sbagliato casa.
Qui dimora l’amore.
Case sulla neve indurita,
quattro angoli, dietro
ognuno
il sole celebra il sole.
Le case sono nuove, non sanno
nulla dei loro costruttori:
una volta pronte, la loro vita finisce.
Ci trasferiamo nella casa
dove c’è posto per noi.
Il movimento del pianeta si può sentire
al piano più alto: accosta
l’orecchio
alla cascata.
Le finestre sono di rado aperte. Nei loro vetri il riflesso
del bosco, dietro il bosco il prato, la neve
bianca.
I fiori muoiono.
Chiudo gli occhi, uno
alla volta.
Ancora un istante di questa primavera.
Giocare, ciondolarsi.
Restare in aria
senza respiro, senza
aggrapparsi a nulla.
L’immobilità,
la vacuità
in un attimo.
I fiori fioriscono
come se non fiorissero.
Dalla raccolta Valmis (Pronto, 2004)
in un ristorante strapieno della capitale della lettonia
salgo sulla sedia levo il calice ad un mondo
nello spazio ad un animale che uccide nasce
la birra è spumeggiante la lingua della donna è pungentemente dolce sulla mia
lingua della vodka finlandese siamo dei santi
siamo avi in cammino verso l’europa delle città di legno
siamo donne siamo torri di sangue che sanguinano al cimitero
di vilnius terribilmente ubriachi alla mezzanotte
abbasso i miei piedi sul tuo grembo vivo morto
sotterro la mia testa nel buio incostante dove gli occhi parlano
le orecchie sono aperte e ascoltano le nostre voci
una e tocchiamo la nostra voce che ripete se stessa
la voce del poeta le nostre voci la pelle ruvida di una prostituta indulgente
leggiamo le nostre poesie nelle case mobili del baltico
nelle finestre eterne il ricordo imperituro
delle strade lo calpestiamo tornando in albergo per la colazione
le visioni dei profeti, dei folli
del vecchio testamento si sono realizzate.
ciò per cui non c’erano parole
è stato ormai detto,
migliaia di volte:
gli uccelli rapaci sono
guidati da radar, mappe
satellitari, disegnano curve
sul villaggio che dorme.
ma annusano ancora
il sogno dell’uomo.
il tocco della neve che si scioglie sugli alluci,
lo spazio per rimanere immobili,
muoversi:
sul primo prato
della primavera l’universo
delle cesene,
pronto
Markus Jääskeläinen Nato ad Helsinki nel 1969, studia filologia inglese, letteratura e folcloristica a Turku, dove ha a lungo abitato prima di trasferirsi in Australia; prese parte, insieme ai suoi colleghi di Helsinki, alle attività del «Club dei poeti vivi». Le sue prime poesie furono pubblicate nel 1991 nella raccolta Canti antichi / Animali senza nome (Vanhat laulut / Nimettömät eläimet), pubblicata insieme al poeta Tommi Parko, e che rappresentò anche la loro prima pubblicazione nell’ambito del progetto editoriale di pubblicazione della poesia indipendente Nihil Interit. Nello stesso anno, comunque, Jääskeläinen fu notato anche dall’establishment letterario finlandese e i suoi versi furono pubblicati nella maggiore rivista letteraria finalndese, Parnasso. La seconda più grande casa editrice in Finlandia, la Otava, poi nel 1994 pubblicò la sua prima raccolta Finché vedrò qualcos’altro (Kunnes muuta näen). Il momento chiave della ricerca del senso dell’esistenza è qui la dichiarazione dell’autore: «Sono il mio corpo. Finché non troverò qual-cos’altro.»
I modelli di Jääskeläinen sono prima di tutto autori non finlandesi, quali il francese Eugène Guillevic e Octavio Paz. Tra i poeti della tradizione finlandese che sono stati per lui fonte d’ispirazione, l’autore cita Saarikoski, un’influenza importante e costante per tutti gli autori nati negli anni '60, ma anche Sirkka Selja: in pratica, si tratta di autori che collaborarono al movimento modernista finlandese degli anni 1950. La visione onirica della Selja è possibile ritrovarla sullo sfondo di alcuni testi delle poesie della prima e della seconda raccolta di Jääskeläinen, molto più che il carattere ribelle e radicale dell’innovatore Saarikoski. La forza di Jääskeläinen è proprio nelle meditazioni liriche, che si svolgono oltre il piano spazio-tempo, come è possibile notare anche nelle sue raccolte successive, In quest’istante, senza avviso (Tässä hetkessä, varoittamatta, 2001), Pronto (Valmis, 2004) e Pesce volan-te (Lentokala, 2008).