Luca Benassi - I fasti del grigio. Lepisma, Roma, 2007 recensione di Ivano Mugnaini
Una mia amica esperta di pittura mi ha detto che il grigio è un colore particolare: a regola non si potrebbe neppure definire un colore, a sentir lei, è quasi un'astrazione, un modo di sommare tinte producendo un insieme che, negandole, ne fa percepire un'ombra, una traccia visivo-mnemonica, la rappresentazione cromatica di un ricordo, nostalgia di luce presente e immaginaria. Non ricordo con esattezza le parole della mia amica, a dire il vero, ma di una cosa sono certo: leggendo questo libro di Luca Benassi ho percepito, paradossalmente nitida nella sua sfumata indeterminatezza, questa capacità di muoversi nella linea sottile che separa ombra e luce, vita e non vita, memoria e fantasma di speranza.
Si potrebbe definire minimale lo sguardo, l'approccio scelto da Luca Benassi. Si potrebbe, se non si fosse scoperto da tempo che è nell'ambito del dettaglio circoscritto che si riesce a spaziare, cogliendo a volte universi di senso, come se il microscopio diventasse cannocchiale o telescopio.
Per realizzare tale apparente magia è necessario avere rodato a lungo, tramite il rovello della pazienza, dolorosa e meticolosa, la taratura della lente e l'elasticità della retina, guardando magari nelle fessure sottili della sera, i dettagli dispersi, lontani dai riflettori e dalle insegne dei neon. C'è sempre, nella folla, qualcuno che guarda in direzione aliena, tralasciando magari il fucsia e il viola per riflettere sul senso del grigio, sulla ghisa e sul piombo, sull'assurdo, le pallottole, reali o immaginarie, presenti o imminenti: l'ingiustizia, l'orrore, l'amore che strangola se stesso senza un rimorso.
C'è sempre qualcuno che guarda di sbieco: è un atto di poesia, cosciente o ineluttabile, beffa e compensazione, galera e spazio libero. Il volume di Benassi è diviso in due libri e quattro sezioni: "Il guinzaglio", "Permesso non retribuito", "I fasti del grigio" e "L'assedio". Ciascuna parte racchiude in sé una negazione, una privazione, una contraddizione apparente. E' forse in quest'ultima categoria la chiave, se non per aprire il cancello almeno per scrutarne la consistenza, per stringere il metallo tra le dita con un'intensità che sconfina in affetto amaro, capace, come il tocco di certi prestigiatori, di piegare il ferro.
Il grigio può avere i suoi fasti, e l'ironia li genera, sempre con gesto lievissimo, mai plateale, in una singola parola concessa al verso oppure negata. E' questo il meccanismo più ricorrente e efficace della poesia di Benassi: questo fermarsi un passo prima dell'esplicitazione, come un grido che si spegne nell'attimo in cui dovrebbe assumere fiato e consistenza, come una mano che si ferma nell'atto di indicare un oggetto, un'azione, una situazione esistenziale. E' il lettore allora a farsi voce, grido, discorso, indice puntato verso e contro il mondo. Tornando indietro, rileggendo e ripercependo il filo conciso dei versi, per cogliere in un istante quello sguardo obliquo che rischiara angoli di tempo e d'ombra. Il lettore ritrova in quell'ambito oggetti anche suoi, qualcosa che, lasciato cadere o perduto, si riscopre e parla di nuovo, rivelando una dimensione con cui è necessario confrontarsi.
È un incontro semplice e fondamentale, qualcosa che riprende a scavare dentro, la condivisione di un'essenziale domanda: "Ne sarà valsa la pena?". E' poesia sobria quella di Benassi, mai eccessiva. Il lusso, il permesso che si prende, è, semmai, è quello di avvicinarsi a passi leggeri ma tenaci al cuore delle cose e delle vicende, al dolore, all'incongruenza, e, a volte, quasi senza volerlo, alla verità. Sempre parlando di quelle "cose" concrete, macchinette del caffè, pendole e contagocce di cui è fatto l'universo breve e illimitato dell'essere. E' per questo forse che Benassi afferma "io sto nei margini/ nello spazio che non c'è", consapevole che lì è il senso ulteriore. Il senso, non la risposta che sarebbe vano proporre e forse perfino cercare, in quel "controluce" in cui il poeta si colloca, per scelta o per fato, da solo, senza rispondere a chi dice di chiamarlo. Perché il poeta ha solo una risposta-non-risposta, il grigio accecante di una domanda, un dubbio, una previsione indeterminata, minaccia parente stretta di una speranza: "Io ti dico - sembra una cosa da niente/ ma succede ogni giorno/ c'è quel tappo che non regge/ e che prima o poi.../ - lo dico/ prima o poi succede..." .
"I fasti del grigio" di Luca Benassi mostra il potere della poesia di suggerire ambiti nuovi di visioni e suggestioni, senza pretesa di pontificare o guarire antiche ferite. Con la sola certezza, quella che Benassi mette in atto con meticolosa passione, che "c'è una metrologia dell'anima/ un calibro per ogni umore". Ed è sollievo, se proposto con tale accuratezza ed onestà, perfino il fasto del grigio, "mozziconi spenti nei cassoni/ rottami, scarti, bicchieri sporchi di caffé -/ è una sala prova del coraggio/ di affondare nella ghisa tenera/ come lama nel burro".