Marco Righetti - “Dirette”. Lietocolle, Falloppio, 2006. pagg. 93, Euro 13,00 a cura di Ivano Mugnaini
Già il titolo di questo libro, volontariamente o meno, è sviante, sorprendente. Fertilmente sorprendente. Non c’è nulla di diretto, nelle poesie di Righetti. Tutto è costruito su sistemi articolati di curve e gradini. Impone di percorrere il tragitto lentamente, a passo d’uomo, valutando bene ogni stacco, ogni salto, ogni distanza.
Come ha opportunamente rilevato Gianfranco Lauretano nella prefazione al libro, Righetti dà al lettore “una sorta di compito, che consiste nel colmare i vuoti, nel continuare una voce, un ascolto, come se il poeta fosse il maestro di un’orchestra a cui dà solo il segnale di avvio”. E' vero, la lettura di ciascuna delle liriche conferma questa impressione. Come lo shakespeariano Mercante di Venezia, Righetti toglie, soffrendo, sillabe e sintagmi, come se dovesse strappare i brandelli della sua carne. Ma l’operazione è necessaria. L'autore ricerca l’essenzialità. La forma secca, scavata.
La ricerca linguistica è evidente. Ma appare insita, connaturata all’atto del dire, del narrare, del descrivere. Non è un mezzo, non è un canale. E’ un tutt’uno con il gesto e con la meta. Per questa ragione, in un ambito così denso di significanti, spesso in funzione e posizione contrastante, un’apparente minuzia può orientare il senso ed il sapore di una lirica in una direzione piuttosto che in un’altra. E' nei dettagli, nella necessità di una duplice e lenta lettura, che si trovano le tracce sottili ma percepibili che conducono a stralci più ampi di visioni. Come accade ad esempio incamminandosi nella lettura della poesia “Lungomare”, che parte con una brusca negazione, “Vecchiaia non è quell’uncino/ che preleva fiato dal petto”, per giungere poi, dopo aver attraversato cose e oggetti, fisici e mentali, all’epifania improvvisa del distico finale: “restare anzi/ nello stesso genere del vento”. Dove, finalmente, come dopo un’estenuante nuotata, si giunge alla percezione di uno spazio più sgombro, e ad un verso, l’ultimo, che svela prospettive. L’attimo in cui si è, effettivamente, senza sapere come né perché, nello stesso genere del vento.
Il rispetto per la sacralità delle parole è un’altra costante del libro. Non parla di Atene tout court, Righetti, ma di una Atene. Ciascun segno grafico è stillato e pesato, per farlo aderire il più possibile, nonostante tutto, a quel reale, o alla sembianza di quel reale, di cui è fatalmente specchio infedele. Tale ricerca di esattezza non ostacola tuttavia il senso del gioco, la libertà delle soluzioni e delle combinazioni. Anche la geometria in qualche caso è fertile di imprevedibili disegni, piani e solidi. Conserva una carica di creatività spontanea, prelogica. Così come, citando ancora i versi dell’autore, ci si accorge in certi momenti che “nuovi dialoghi salgono/ storie nella preluce”.
Questi attimi di rivelazione, e di creazione ex-novo, su basi e radici antiche, si trovano non di rado nella parte conclusiva delle liriche. Come un lento disgelo che giunge a sciogliere cristalli affiancati angolo per angolo, vertice per vertice. La poesia “Scrivimi”, ad esempio, inizia con annotazioni precise, e con nitide recriminazioni. Si conclude però con un invito a domare il peso e la misura della vita, “spessore formato A4”, tramite un “foglio ammaestrato a sentire/ anche un grammo di dolore”. Una sorta di antidoto. Se l’oppressione è misurabile al millimetro e al milligrammo, anche la salvezza deve farsi orafo e farmacista.
La descrizione parte sovente con procedimenti quasi pittorici, ma l’abbinamento delle immagini, le sequenze e gli accostamenti, ricordano il montaggio cinematografico, un ritmo incalzante, spezzato, inframezzato da flashback e dissolvenze istantanee o prolungate. L’analessi e la prolessi danno sostanza ad un presente nuovo. Mondi reali o possibili, scommesse di esito incerto. Ma l’incertezza è, anch’essa, progetto. “Dentro di me c’è il tempo che spalmava castelli/ e pastelli”, scrive Righetti, e, poco oltre, confessa, rivela che “sono le cose in disparte a spegnere i fuochi”. Quelle cose in disparte, solo in apparenza minori e transitorie. Un messaggio nella bottiglia, quest’ultimo, forse. Per se stesso, per il lettore, per chiunque, in qualche modo, lo sappia cogliere e affidare a nuove onde.
Gioca Righetti, ma è gioco serio, non di rado agro, a cospargere il cammino di segnali. Quegli “indizi spazzati via per paura”, di cui parla nella poesia “Diario sparso”. Parole come ami, che restano piantate nella gola, o nella mente, come arpioni. Non a caso la lirica citata apre la Sezione del libro denominata “Sfidanti”. Non si pone fuori della contesa, l’autore. Non si mette al riparo, in posizione protetta, dietro mura e feritoie. Partecipa, si mette in prima fila, sotto tiro. A nudo, seppure con adeguati schermi protettivi.
Il titolo della Sezione conclusiva del volume, “Con lieve incalzare”, contiene forse una chiave di più ampio uso e funzione. Il titolo sarebbe stato consono per l’intero libro. L’indicazione di un passo, un ritmo che dà il tempo alle liriche. “Non abbiamo il rapporto preciso/ ma dovuto, forse, è vero/ ma così sensibili a fusione,/ presto/ si accordano i canti”, esordisce Righetti nella lirica “Lunghezze a sud”. Quel frammento di verso, “sensibili a fusione”, a me pare una sintesi mirabile di tutta la materia di realtà e di sogni di cui è composto questo suo libro. “Dirette” è una miscela complessa, alchemicamente distillata, di sensibilità raccolte, contrastate, limate, prese a colpi di scalpello e infine lasciate trionfare nella loro solida fluidità. L’attimo si fa movimento, tanto più possente quanto più misurato e concentrato. Il lettore cuce, compensa, percorre terreni incolti. E’ in quei frangenti che l’ermetismo rigoroso di Righetti concede, “pause nitide”, si fa spazio aperto, come certi quadri di Vermeer.
Si passa dall’asprezza rocciosa delle montagne alle spiagge assolate su cui si può camminare a piedi nudi. Ciò che conta, la costante che accomuna i diversi territori e le differenti traiettorie, è l’accuratezza di ogni gesto. Nel libro “Dirette” Righetti si è confermato viaggiatore appassionato. Ha optato per sentieri scavati sopra valli scoscese. Ma il cammino si è rivelato sincero, capace di cercare attimi, istanti di luce e “preluce”, quell’intuizione che parte da stati d’animo che nascono dalle parole, e ad esse, per vie tortuose, ritornano.