Sinestesie - Rivista di studi sulle letterature e le arti europee - Luglio 2010 Anno IX
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SCRITTI DI POESIA
Lorenzo Attucci, Tempi
recensione e approfondimento di Giuseppe Panella


«Mezzo secolo è passato, Bogardo. Mezzo secolo è passato, Bogardo, / dal vostro sangue lacerato. / Il tempo grava su voi sospeso, immane. / Parole, ancora molte, dicono di voi; / contro chi nega che fu chi morì / per il bene e chi per il male; / e a trarvi sempre oltre / la grigia linea del tempo / che viene innanzi / come un cieco, vecchio ma instancabile, / dallo sguardo immoto. / Ma ti penso, ora io, con amore. / Di figlio di una donna / che era della tua gente / e della tua triste sorte» (p. 171).

Bogardo è Bogardo Buricchi, uno dei martiri di Figline in terra di Prato saltato in aria insieme a otto vagoni ferroviari carichi di dinamite con gli altri suoi compagni di lotta partigiana in un soleggiato mattino di giugno del 1944. Buricchi rappresenta, quindi, tutti coloro i quali non vollero venire meno alla scelta morale fatta alla caduta del fascismo, quella scelta che li spinse a lottare in maniera aperta e determinata contro i nazisti e i loro collaboratori italiani. In suo nome, allora, è lecito parlare contro chi, nel tempo odierno, vorrebbe dimenticarne la vita e le opere e alzare, alta e forte, la propria voce per rivendicarne e ricordarne, invece, il sacrificio come esempio da sottoscrivere e indicare alle più giovani generazioni. La memoria si rovescia in scrittura e il ricordo in caldo afflato lirico che cerca di separare la morte dalla vita ed esaltare quest’ultima trasformandola in sostanza d’amore e di desiderio di un tempo migliore.
Non solo di poesie di taglio civile e di impianto critico nei confronti del presente è, però, composto quest’ultimo volume di versi di Alessandro Attucci.
I “tempi” della vita e quelli della Natura si compenetrano compiutamente a quelli della Storia fino a formare un ciclo completo di realizzazione delle aspirazioni e dei sogni che fanno completa l’esistenza di ognuno. I passaggi sono noti – dalla primavera all’estate, dall’autunno all’inverno e poi ancora e ancora fino a ripetere il transito dalla fecondità all’attesa in maniera sempre consapevole della sua necessità e della sua irripetibilità insieme.
Le stagioni passano e si rincorrono – i tempi restano a marcarne la verità insormontabile.
Attucci è consapevole di questo bisogno che fa suo nell’inseguire la parola giusta e, tuttavia, comune e cristallina che lo designa. Il suo gesto poetico è nitido e fatto di espressioni tanto alte quanto perfettamente comprensibili nel disegno espressivo cui fa riferimento.
La poesia di Attucci si rende partecipe, quindi, della natura stessa di ciò che descrive.
I suoi luoghi natii sono anche la dimensione necessaria della sua poesia.
Come racconta l’autore nella breve Nota premessa al libro:

«Mi accingevo a scrivere questa seconda parte della piccola prefazione, per spiegare che devo mutare il titolo del libro per l’uscita di Stagioni di Mario Rigoni Stern, con in mente Stagioni dell’essere, ma la lettura della dedica che feci (e che rimane) a mia figlia Martina mi ha convinto a riprendervi la parola tempi, facendone il titolo. Non porrò Stagioni dell’essere come sottotitolo, cosa su cui ho riflettuto. Tempi rimarrà da solo, così come doveva essere Stagioni. E chissà se è stata una sfortuna la coincidenza che mi ha portato a questa parola, più ampia e più profonda. L’allusione che il titolo fa verso il contenuto si sposta di più, rispetto alla natura, verso l’anima, ma è questa il centro del libro» (p. 10).
E legati ai tempi e al Tempo più generale sono davvero i tentativi di incursione e di sondaggio dei moti della propria soggettività umana storicamente più denotata.
Il passaggio della natura attraverso il suo ciclo apparentemente eterno, l’inseguirsi delle stagioni dalla fecondità della primavera all’esplosione dell’estate sanguigna e lampeggiante di sole, dal ripiegarsi e sfiorire dell’autunno al lungo riposo (ma produttivo!) dell’inverno, la necessità di accettare questi transiti come riverberati e ripresi da quelli dell’animo e circonfusi entro di essi sono il segno della vocazione lirica espressa dalla poesia classicistica di Alessandro Attucci.
E’ lui stesso a dichiararlo in una delle più tese liriche della raccolta:

«Sofferenza dello scrivere. Scrivere versi / mi è a volte / creare parole di vetro, / e sospeso lungamente / me ne resta l’animo / nella paura / della loro fragilità. / Tormento dell’anima, / forse segno di me, / che passa in ogni mia cosa» (p. 109).
Queste “parole di vetro”, tuttavia, sono fragili come qualcosa che può improvvisamente cadere e infrangersi senza lasciare traccia di sé. La paura che esse scompaiano senza lasciare una benché minima traccia dopo aver compiuto il loro percorso si sposa all’idea della caducità del ciclo della natura e della necessità (dura ma non certo evitabile) della morte di ognuno degli esseri umani che passano e vivono sulla terra – è la Verganligchkeit in cui già Freud vedeva la sostanza dell’elaborazione del lutto e la capacità di recupero degli uomini nei confronti della morte e del dolore. La consapevolezza del passaggio del tempo conduce inevitabilmente alla malinconia e alla delibazione di una dolcezza sofferta fino in fondo, come il segno autentico e delimitato con precisione della capacità di vivere in fondo i propri sentimenti e i propri sogni.
Questo spleen, malattia dell’anima, amaro e insieme apprezzato come corroborante della soggettività nel suo ripiegarsi su se stessa, intesse la propria partitura di rimpianti e di conferme all’interno del desiderio che costituisce la molla vitale dell’esistenza.
Come scrive sempre Attucci in una poesia con-divisa tra il pubblico di una storia solo apparentemente passata e il privato di un presente dolce e breve come un sospiro d’amore:

«A Fiorella, a Sesto. Mentre pensavo agli abissi / di morti e crudeli dolori / che sono in terre sterminate / retaggio indimesso di un capitalismo / che con deboli popoli è ancora barbarie, / e genti e genti patiscono e cadono, / tu ti volgevi Fiorella dal tuo sonno / in un dolce sorriso e nel venirmi vicina / mi prendevi l’anima. // E in un mattino ancora tenebra / un simile pensiero mi muoveva alla poesia. / Non ti dolga così, vecchio compagno, quell’immagine. / Non è il nostro crollo, non della nostra idea / quel gettare giù da quel palazzo / una bandiera tanto resaci remota. / Il rosso resterà la nostra speranza, / finché uomini saranno dolore ad altri uomini» (p. 84).
Qui la mescolanza tra passione civile (lo “straccio rosso di speranza” con cui si chiude Vittoria di Pasolini) e affetti familiari (il “sorriso di Fiorella” che consola della tragedia irredimibile del mondo) permette alla scrittura di Attucci di convergere e quasi precipitare in una sorta di limbo lirico che riscatta il dolore generale con la mitezza amorosa di un privato che si erge a difesa delle possibilità di una felicità forse impossibile, ma auspicata, cercata, voluta e accettata nella sua pacata possibilità di manifestarsi, talvolta, negli sprazzi epifanici della sua verità condivisa.
La Storia appare un muro invalicabile di violenze e di morte. La storia personale, invece, si permette delle tregue – dei momenti di essere in cui la soggettività si apre un varco nella rete dei vincoli e delle angosce generali e insormontabili.
I tempi in cui si converte e si manifesta per ognuno ciò che è generale e inevitabile in quanto unificato (e verificato) dai destini a tutti comuni si rivelano, a loro volta, la dimensione in cui muoversi per cercare di esorcizzarli sia descrivendoli come forme della Natura che costruendoli come luoghi dello spirito (senza assolutizzarli, quindi, ma anche senza dimenticarne la dimensione familiare e la presenza fisica).
In un suo testo assai intenso, Attucci, infatti, ammette:

«Momenti dell’animo. Stamani a lungo ho riposato / veglie e fatiche e ansie, / di giorni lasciati in un breve ritroso, / di anni duri e inquieti; / di meno un soffrire / che in questi giorni / la mia mente ha più vivo. // E ieri una costa del piccolo poggio di Trefiano, / con il suo bosco e la sua villa, / chiusa in una nube di nebbia / pareva immagine di una favola. // Dentro di me or dormono / ora vegliano gli anni passati. / Improvviso, a volte, nasce / di loro il presente» (p. 72).
Il mondo è lontano e vive in una nebbia fatta di angosce e di dubbi sulla sua possibile verità – la sua “favola” è fatta di incertezze, di impossibilità, di asprezze durature. Ad esso va consegnato il passato fatto di errori o di omissioni, di occasioni mancate, di fatiche non dovute.
Ma la poesia è nel e del presente – è la visione di quello stesso mondo ispirato alla speranza di un futuro il cui valore è nel suo essere sempre capace di rinnovarsi e di rinnovare chi ne prova il fascino e il dovere di sperare.





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